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La giornata di Stephen King a Londra

La girnata di Stephen King a Londra

articolo di Matteo Zampini
http://articoli.castlerock.it

La settimana appena terminata a Londra è stata la settimana di Stephen King. L’autore vivente più conosciuto e letto al mondo ritorna in Europa dopo otto anni (l’ultimo tour fu in occasione dell’uscita di Mucchio d’ossa) e riscalda la Londra novembrina illuminata solo da qualche sporadico raggio di sole.

Il primo appuntamento è fissato per il sette novembre alla libreria Borders di Oxford Street per un book signing, dove la gente si mette in coda fin dalle prime ore del mattino per poter avere la propria occasione di incontrare lo scrittore del Maine. Alle 13 in punto arriva. E lo si capisce dalla schiera di giornalisti e televisioni presenti per riprendere l’evento. King si fermerà solo un’ora per firmare copie e per accontentare il più alto possibile numero di persone. Non c’è tempo per scambiare anche solo una battuta, o per farsi personalizzare un libro. Una firma e via. Più di quattrocento persone accorse per questo evento che fa solo da prologo alla serata organizzata al Battersea Park Arena.

Alle diciannove quasi tremila persone sono presenti per la serata. L’atmosfera è quella delle grandi occasioni, e le persone dialogano amabilmente sorseggiando te in ricche tazze di porcellana. Il tutto molto british. La serata ha poi inizio con un’intervista di circa un’ora, un reading di due brani tratti da La storia di Lisey, una sessione di domande e risposte. Ed è verso la fine di questo momento che i presenti riescono a dare il peggio di se stessi. A due domande dalla conclusione dell’evento inizia un fuggi fuggi verso la postazione dove King firmerà alcune copie di La storia di Lisey. Questo ha provocato il fastidio di quei presenti come noi, che volevano prima sentire le parole di King e poi in caso avere una copia firmata del libro.

Ma è sul palco che King da il meglio di sé, e non ci si stupisce affatto che i suoi libri siano così lunghi e ben narrati. L’intervistatore si è limitato a porgere delle domande brevi e generiche e questo è bastato per innescare la miccia.
La prima domanda è per le parole di Lisey. Parole importanti e ispirate che rendono questo romanzo il più letterario della produzione kinghiana, nonchè il preferito dall’autore stesso. «Non sono qui per i soldi» afferma King, «ma perchè sono convinto che questo sia un buon libro.» King ci tiene a sottolineare che La storia di Lisey non è la sua storia. La storia di Scott e Lisey non è quella di Stephen e Tabby. Non è un’autobiografia romanzata e tanto meno una sorta di testamento. Ci sono certo delle parti di Scott che si riflettono in Stephen, come ci sono delle parti di Lisey che rispecchiano Tabitha. E l’idea per questo romanzo proviene proprio dalla moglie. Poco dopo l’incidente di cui fu vittima nel 1999, King si ritrovò bloccato a letto incerto sul suo futuro, e si chiese che cosa sarebbe accaduto una volta che lui fosse morto. Che cosa ne sarebbe stato dei manoscritti, le storie incomplete e di tutte le sue cose come scrittore? Che cosa avrebbe dovuto affrontare Tabitha?
Ma Lisey è anche una sorta di risposta definitiva alla domanda dei fedeli lettori «Dove trovi le tue idee?» Le idee secondo King provengono da quel luogo che nel libro è chiamato Boo’ya moon, una sorta di piscina delle parole e delle idee dove lo scrittore va e si ricarica.

Tra le tante domande ritorna la più ricorrente tra tutte: cosa ne pensa Stephen King di essere considerato uno scrittore horror? La risposta è molto semplice e chiara. «Mi sta benissimo. Non credo di aver scritto molte storie horror, anzi forse solo una lo è (Pet Semetary), ma se la gente percepisce le mie storie in questo senso a me sta bene. Le mie sono storie che parlano di vita quotidiana e degli americani, e sono molto spesso molto più reali di quanto si pensi. Ho parlato della violenza domestica tra marito e moglie, dello stupro, della vita matrimoniale perchè è questo di cui parla La storia di Lisey, e di molti altri temi. Quindi non me la sento di mettere un’etichetta su nessuno dei miei romanzi, ma se la gente lo vuole fare a me sta bene. In fondo grazie a loro sono riuscito a pagare in fretta il mutuo e far studiare i miei figli.»

Il riassunto del King-pensiero sta nel punto che non si vuole etichettare un libro in nessun modo, ma se lui è riuscito a provocare delle emozioni forti, tanto da non riporre il libro sullo scaffale con indifferenza quando si è finito, allora il suo scopo l’ha raggiunto. Se poi queste emozioni coincidono con quelle che lui voleva provocare tanto meglio. «Se leggendo Lisey vi verrà da piangere ogni tanto, allora vuol dire che ho raggiunto il mio obiettivo. E ne sarò contento.»

Parlando della saga della Torre Nera, King afferma di essere molto soddisfatto del lavoro che la Marvel sta facendo a riguardo e che non vede l’ora di conoscere la reazione dei lettori.
Poi, riagganciandosi a Lisey, e a come sia strano che si possano trovare degli inediti negli scritti di un autore, King fa l’unica grande rivelazione della serata. Afferma di aver ritrovato un libro di Richard Bachman (suo alter ego e pseudonimo per alcuni romanzi) e che questo vedrà la luce presto. E rimandendo per un attimo sui progetti futuri, conferma di aver finito la prima stesura del nuovo romanzo (Duma Key), e di averlo consegnato a Tabitha proprio poco prima di partire per Londra.

La serata scorre via veloce, King delizia il suo pubblico con la lettura di due passaggi chiave del romanzo. Il primo vede Lisey rendersi conto del fatto che il marito è morto e soffre così tanto da colpevolizzarlo del fatto di averla lasciata da sola. L’altro è un passaggio più leggero e quasi comico, e parla di Lisey e del suo rapporto con la sorella Amanda.

E’ stato un piacere immenso riuscire a incontrare Stephen King, stringergli la mano e ringraziarlo. Ed è stato ancora più interessante poterlo ascoltare e per qualche istante entrare in un suo romanzo come lui l’ha inteso, capendo finalmente che cosa voleva dire.
Si torna in Italia con qualcosa in più. La consapevolezza di avere la fortuna di amare questo grande scrittore e di averlo incontrato. Finalmente.

Londra: in libreria in uscita il seguito del magico Peter Pan

Londra: in libreria in uscita il seguito del magico Peter Pan

L’idea di dare un seguito al racconto di J. M. Barrie è venuta all’ospedale ‘Great Ormond Street’, cui lo scrittore aveva ceduto i diritti d’autore in favore dell’assistenza ai bambini malati.
(Adnkronos/Ign) – I Bimbi Sperduti sono diventati rispettabili Signori un po’ annoiati ma continuano a sognare Peter Pan, il bimbo che non cresce mai, che ora vive in una Neverland circondata da acque inquinate. Ma dopo 102 anni, all’improvviso, il loro eroe torna a volare verso nuove avventure.

S’intitola ‘Peter Pan in Scarlet’ (in italiano sarà probabilmente tradotto con ‘L’abito rosso di Peter Pan’) il seguito ufficiale del racconto di James Matthew Barrie che ha per protagonisti il ragazzino che non vuol crescere, Wendy e i suoi fratellini, la fata Campanellino e il terribile Capitan Uncino. Il libro, pubblicato dalla Oxford University Press, è arrivato ieri ufficialmente nelle librerie della Gran Bretagna e in un’altra trentina di Paesi, con una prima tiratura di 500 mila copie. L’autrice scelta per scrivere il seguito del classico di Barrie, uscito per la prima volta nel 1904, è la scrittrice inglese Geraldine McCaughrean, nota per numerosi riconoscimenti nell’ambito della narrativa per l’infanzia.

L’idea di prolungare l’opera di Barrie è venuta all’ospedale ‘Great Ormond Street’ di Londra, cui lo scrittore nel 1929 aveva ceduto tutti i diritti d’autore in favore dell’assistenza ai bambini malati. Diritti che sarebbero scaduti nel 2007, 70 anni dopo la morte di Barrie: l’ospedale londinese si è dunque affrettato a dare alla luce un seguito del libro. La scelta di Geraldine McCaughrean, 54 anni, è arrivata al termine di una selezione di più di 200 autori, ognuno dei quali aveva sottoposto all’esame di una giuria una sintesi e un capitolo del libro che avrebbe voluto scrivere.

‘Peter Pan in Scarlet’ vede di nuovo all’opera il ragazzino prodigio nell’isola che non c’è. Siamo nel 1926, vent’anni dopo il ritorno di Wendy e dei fratellini nel mondo reale. Peter si ostina nella sua decisione di non voler diventare adulto, mentre la ragazzina e gli altri bambini sono diventati grandi, anche se continuano a essere attratti dai sogni che raccontano di pirati e sirene, navi da guerra e coccodrilli. Wendy è una madre di famiglia, nonché sedicente poetessa e cripto-femminista, mentre il cane-balia, Nana, è morto (ma ha lasciato diversi eredi). Il gruppetto ormai attempato torna all’infanzia con l’aiuto di una nuova fatina (Campanellino, nel frattempo, è scomparsa) e arriva magicamente a Neverland, che però appare inquinata, autunnale, mesta, con Peter Pan che geme: ”Sto morendo di noia”.