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Londra, Bush ucciso da un cecchino in una fiction televisiva

Londra, Bush ucciso da un cecchino in una fiction televisiva
di Adam Pasick

LONDRA (Reuters) – L’emittente televisiva Channel 4 rischia di scatenare un’ondata di polemiche con una nuova fiction, definita “incredibilmente reale”, che mette in scena un attentato mortale contro il presidente statunitense George W. Bush.

“Morte di un presidente”, girata sotto forma di un documentario che fa l’analisi dell’ipotetico omicidio clamoroso, usa un misto di immagini d’archivio ed effetti speciali creati al computer che ritraggono un Bush mentre arriva a Chicago ad una manifestazione pacifista nell’ottobre del 2007.

Nella fiction, Bush è ucciso da un cecchino, e le investigazioni si concentrano su un uomo di origini siriane. La serie sarà presentata a settembre al Toronto Film Festival per poi essere mandata in onda a ottobre su More4, il canale digitale di Channel 4.

“E’ un’acuta analisi politica di come la guerra al terrorismo sta trasformando i politici americani”, ha dichiarato ieri durante una conferenza stampa il numero uno di More4, Peter Dale.

Il materiale promozionale della serie la descrive come “un’intelligente critica del panorama politico degli Stati Uniti di oggi”.

Dale ha ammesso che il programma rischia di risultare molto controverso, ma allo stesso tempo ha assicurato che è un’opera sofisticata, creata appositamente per stimolare un dibattito.
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Londra lancia Alex, il nuovo Brad Pitt

Londra lancia Alex, il nuovo Brad Pitt  

http://ilgiornale.it 
 
articolo di Cinzia Romani

da Londra

Non sei mai troppo giovane per morire, suggerisce il sottotitolo di Stormbreaker, spettacolare film filobritannico di Geoffrey Sax (dal 22 settembre nelle nostre sale), interpretato dal nuovo Brad Pitt. Ovvero da Alex Pettyfer, diciassettenne londinese biondo e fin troppo caruccio: infatti, prima di darsi al cinema, l’esordiente faceva il baby modello. «Ho cominciato a sfilare con abiti per l’infanzia a otto anni», dice l’imberbe star ciglialunghe, che dall’Hotel Savoy lancia il proprio personaggio di spia in bicicletta,  capace di dare scacco matto a chi vuole annientare il mondo. Ecco la risposta dei fratelli Samuelson, produttori indipendenti di stanza tra Londra e Los Angeles, alle megaproduzioni Usa. Sostenitori dell’inglesità quale valore assoluto, infatti, i due hanno investito quarantadue milioni di dollari nell’operazione Stormbreaker, dove le Mini rosse, i cavalli della Regina, Piccadilly Circus, Hyde Park e il Museo della Scienza di Londra diventano protagonisti d’un racconto mozzafiato.
Dietro tanta englishness si cela la serie degli omonimi racconti per ragazzi di Anthony Horowitz,  prolifico romanziere britannico pubblicato dalla Mondadori e già al lavoro per preparare il sequel (titolo: Snake Head) di questo film, dove recitano due talenti come Ewan McGregor e Mickey Rourke. Né manca una stella da popcorn, consacrata dall’emittente Mtv come sexy girl nei video degli Aerosmith: Alicia Silverstone. Diamo quindi voce ad Alex Pettyfer, qui nel ruolo di Alex Rider, figura nota agli adolescenti anglofoni, che evidentemente si identificano con l’avventuroso ragazzino, altrimenti come spiegare i dieci milioni di copie del romanzo horowitziano.
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Il Libertino Johnny Deep

Il Libertino Johnny Deep

(Tratto dal sito primissima.it)
Il valore meno evidente, ma decisamente più congruo, di un’opera come The libertine risiede nell’affresco della società aristocratico-borghese in uno dei momenti più decisivi della storia dell’Inghilterra, più ancora che nella biografia del secondo conte di Rochester, al secolo John Wilmot, poeta “maledetto” smodatamente dedito all’alcool e alle donne, come viene ritratto dalle cronache dell’epoca, e attualizzato da Johnny Depp come una volubile star del rock and roll, un po’ Jim Morrison e un po’ Casanova, un po’ John Belushi e un po’ De Sade…

Perché proprio l’elemento trasgressivo della vicenda è quello meno interessante ai fini della riuscita della messinscena di Laurence Dunmore, per via del modo recitativo prevedibile e sempre sopra le righe del protagonista, e a causa della scarsa “teatralità” degli interpreti di contorno (Rosamund Pike e Samantha Morton non risultano molto convincenti), soprattutto a confronto di Stage Beauty – uscito pochi mesi fa – di cui il film in esame può considerarsi una specie di seguito.

Difatti anche in The libertine la corte di Carlo II Stuart e l’evoluzione del teatro post elisabettiano costituiscono l’opulento sfondo di un’oscura storia di amori e scandali, in cui brilla la meteora del nobile John Wilmot (1647-1680), versificatore geniale e licenzioso, nonché dongiovanni impenitente, protagonista del rapimento della blasonatissima Elizabeth Malet (Pike) giovane nobildonna che poi diventerà sua moglie, e compositore di satire, poemi erotici e scurrili che sbertucciano il sovrano, qui rappresentato da John Malkovich.

Nonostante ciò il conte di Rochester era tollerato e addirittura protetto dalla corona inglese, che sperando di trovare in lui un emulo di William Shakespeare, gli aveva commissionato un’opera letteraria che ne celebrasse i fasti. Tuttavia, l’unica occupazione “seria” del libertino, a margine della passione fisica e alcolica fu quella di talent scout. La scoperta di Elizabeth Barry (Morton), un’attrice che diventerà in breve la sua amante e la più grande diva dei palcoscenici londinesi, rappresenteranno il vertice della sua parabola.

Ma la stagione del successo volgerà presto al tramonto: l’abbandono della Barry, la dissennatezza della sua condotta, unitamente all’alcool e alla sifilide, comprometteranno la lucidità mentale di Rochester, ne devasteranno l’aspetto fisico e ne mineranno la salute in una degradazione rapida e progressiva che non gli eviterà di compiere, prima della morte avvenuta a soli trentatre anni, un clamoroso quanto provvidenziale “gesto di teatro”.

Il film, tratto da un’opera teatrale di Stephen Jeffreys, termina con il primo piano del volto del libertino che chiude la cornice aperta dall’incipit da consumato imbonitore: “Io non ho nessuna intenzione di piacervi e non vi piacerò”. Ma a parte la spontanea simpatia per Johnny Depp (che presto ritroveremo nel sequel de La maledizione della prima luna), e per i sapidi aforismi del suo alter ego, tra i quali ci piace conservare: “Vorrei essere un cane, una scimmia, o un orso, / O tutto tranne quell’animale vanitoso, / Che è così orgoglioso d’essere razionale”; e a parte le “pennellate” barocche della colonna sonora del solito Michael Nyman, i caratteri dei personaggi appaiono sbiaditi e, come già detto, il contesto finisce per fagocitare la tragica rappresentazione.

E quale miglior fondale dell’epoca di transizione uscita dall’oscurantismo puritano? Il 1660 è una data fondamentale della storia inglese quanto decisiva per il teatro post elisabettiano. La fine delle controversie religiose e politiche culminate nel Puritanesimo e nella dittatura di Oliver Cromwell significò il rientro degli Stuart dall’esilio francese e la restituzione del trono a Carlo II, il quale, rimasto per otto anni presso la corte di Luigi XIV, ne assimilò l’assolutismo, strinse con lui un’alleanza segreta in cambio dell’aiuto economico e ne fu educato alla maniera teatrale francese, influenza questa che gli tornò utile negli anni successivi, anche grazie al suo gusto innato, e all’interesse – non solo artistico – nei confronti delle attrici.

Appena rientrato in possesso del trono, Carlo, sovrano moderno e gaudente al punto da meritarsi l’appellativo di “Merry Monarch”, abolì le restrizioni ai pubblici spettacoli riaprendo i teatri di Londra rimasti chiusi dal 1642 per i diciotto anni della guerra civile e del furore religioso del periodo di Cromwell, favorendo la costituzione di compagnie teatrali, l’adeguamento dei drammi shakespeariani al gusto dell’età della Restaurazione (John Dryden), e l’allestimento delle numerose – e gradite al pubblico – commedie di costume (Comedy of Manners), specchio del cinismo e della mancanza di scrupoli morali della società dell’epoca, caratterizzate da molta franchezza verbale e che sfociavano piuttosto frequentemente in aperte allusioni erotiche.

 

CLAUDIO LUGI http://credit-n.ru/offers-zaim/platiza-mgnovenniy-zaim-online.html http://credit-n.ru/offers-zaim/glavfinance-online-zaymi.html

Lady Henderson presenta

Lady Henderson presenta

Il regista  Stephen Frears, noto per molteplici lavori tra cui  “Le relazioni pericolose”,”Liam”, “My Beautiful Laundrette” e via dicendo,  a due anni di distanza dall’ultimo suo lavoro, “Piccoli affari sporchi”, regala al pubblico una brillante commedia:
Lady Henderson. Questa  racconta la rinascita di un teatro, il Windmill Theatre per l’esattezza, che negli anni ’30 fece molto parlare di se.Londra, 1937. La storia:
Laura Henderson, donna facoltosa e dalle molteplici relazioni, ha da poco seppellito il suo adorato marito. E adesso si annoia. All’età di 69 anni è ancora troppo dinamica e vitale per rassegnarsi a scomparire in una discreta vedovanza. Quello che ci vuole è un passatempo, ma non un passatempo scontato e banale… per questo Laura decide di acquistare un teatro situato nel cuore di Soho, il Windmill Theatre. Qui con l”aiuto del manager Vivian, con cui la donna ha un rapporto assai conflittuale, Laura apporterà delle fondamentali innovazioni nella storia del teatro britannico. Sfida i moralismi britannici per rallegrare i giovani soldati inglesi, privati della certezza di un futuro, mettendo in scena i primi spettacoli no-stop che impiegavano ballerine completamente svestite. http://credit-n.ru/vklady.html http://credit-n.ru/calc.html

Woody Allen a Londra ritrova la vena perduta

Woody AllenWoody Allen a Londra ritrova la vena perduta

(Gentilmente tratto da il giornale)

Nella Londra di Match point Woody Allen ritrova parte dello smalto perduto a New York. Ultimamente era infatti declinato ulteriormente, all’ombra di Spielberg produttore, a sua volta in declino con la Dreamworks. Perfino gli incassi europei di Allen sono diventati sempre più esigui, mentre quelli americani lo sono sempre stati. Canuto e sordo, Allen torna a dedicarsi al filone criminale di Prendi i soldi e scappa, Crimini e misfatti, Pallottole su Broadway, Criminali da strapazzo e de La maledizione dello scorpione di Giada, che costella la sua filmografia di una quarantina di pellicole in trentacinque anni. La lotta di classe ridotta all’essenziale (perché tu sei ricco e io no?) s’intreccia qui con quello gli amori irregolari, come nel filone principale di Allen. Il quale resta incline alle lungaggini (Match point dura due ore e dieci minuti), mentre basterebbe metà tempo per raccontare di un tennista (Jonathan Rhys Meyers) arrivista, oltre che irlandese (dunque implicitamente cattolico), che sposa una milionaria londinese e sopprime l’amante americana incinta (Scarlett Johansson), oltre alla vicina (Margaret Tyzack) di casa, testimone ingombrante. Ogni riferimento a Una tragedia americana di Dreiser (e al film derivatone, Un posto al sole di Stevens) non è casuale; come non lo è evocare Delitto e castigo di Dostoevskij, letto dal personaggio principale (ma questo è uno specchietto per le allodole). Quanto alla genealogia puramente filmica, essa risale, col tennista assassino, a L’altro uomo di Hitchcock; e con la scoperta finale del diario a Sangue blu di Hamer.

Di tipicamente alleniano, allora, che cosa c’è? Il finale, che per una volta vale la pena di attendere.
Dopo averlo visto, vi chiederete: Allen si rivela finalmente cinico, come un inglese? Ma per un americano dichiararsi cinico è la morte civile. Così fin dal Festival di Cannes (dove il film era fuori concorso) Allen negava tutto, anche l’evidenza: «Non sono cinico. Anzi, voglio mostrare che i crimini, anche politici, troppo spesso giovano a chi li compie». Infatti nel film si parla anche di «danni collaterali» per la vittima imprevista.  Ma si divertirà amaramente anche chi non capisse l’allusione.

MATCH POINT di Woody Allen (Usa/Gb 2005), con Jonathan Rhys-Meyers, Scarlett Johansson. 130 minuti http://credit-n.ru/offers-zaim/zaymer-online-zaymi.html http://credit-n.ru/zaymyi-next.html

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