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Arriva la pillola maschile in Inghilterra

Arriva la pillola maschile in Inghilterra

Rivoluzione nel costume, pillola contraccettiva anche per gli uomini, senza ormoni, e dura alcune ore. Poi, la fertilità viene completamente ripristinata. La scoperta è stata ottenuta dai ricercatori del King’s College di Londra e renderebbe questa pillola molto più accettabile, anche psicologicamente, per l’uomo altri contraccettivi di questo tipo, alteravano i livelli ormonali e andavano assunti su un arco di tempo più lungo.

L’idea della pillola maschile è venuta ai ricercatori osservando che i medicinali contro l’alta pressione e la schizofrenia prevengono anche l’eiaculazione. Il “pillolo” sarebbe molto gradito anche alle donne e non poco. Infatti, uno dei possibili effetti collaterali della pillola femminile è l’aumento del rischio di infarto e di attacco cardiaco.

Inoltre, la soddisfazione sessuale non viene compromessa dalla pillola maschile, dicono i ricercatori, e l’assenza di ormoni fa sì che nel giro di qualche ora la fertilità dell’uomo ritorni normale. I medici promettono che anche se il paziente prendesse la pillola per diversi mesi, una volta interrotto il trattamento la sua fertilità ritornebbe. Uno degli aspetti più interessanti del nuovo farmaco è l’assenza di ormoni, che hanno in genere effetti collaterali come le vampate di calore e gli sbalzi di umore. Si prevede la messa in commercio in quattro/cinque anni.

Storie di successo della Londra solidale

Storie di successo della Londra solidale

http://it.news.yahoo.com  
Pochi chilometri a nord del lago Vittoria, in Africa, c’è un ospedale dove i pazienti possono dormire su letti “very British” o subire un intervento su tavoli operatori arrivati direttamente dalle sponde del Tamigi: quando nel 2005 il London’s Middlesex Hospital venne chiuso, gran parte dei suoi arredi vennero trasferiti in Uganda . La storia è raccontata sull’ultimo numero del British Medical Journal.

Dietro questa bella storia di sanità internazionale e solidale ce n’è un’altra ed è la storia di un uomo che sta sempre più riscuotendo successo nel settore della ricerca onco-ginecologica: il prof. Ian Jacobs, ginecologo ed oncologo britannico, dirige attualmente l’Istituto per la salute femminile dello University College London, da lui stesso fondato nel 2004.

L’Istituto, che ha saputo unire ricercatori e clinici, impegnati a lavorare in stretta collaborazione, ha un chiaro obiettivo: diventare centro europeo leader nel settore della salute della donna e mettere in campo iniziative strategiche locali ed internazionali; sono dodici i progetti attualmente avviati dal team di Jacobs in Uganda. Ed i fondi sembra non manchino: più di venti anni fa, Ian Jacobs ebbe la fulminante idea di scrivere alle cento maggiori aziende della City londinese, chiedendo di partecipare alla raccolta di fondi per la ricerca contro il cancro. Ha così avuto inizio quella che oggi è Eve Appeal, una grande organizzazione benefica inglese, nata per finanziare la ricerca sperimentale contro le malattie tumorali di ambito ginecologico: tra le quali il solo cancro alle ovaie, nel Regno Unito, colpisce annualmente dalle 5 mila alle 7 mila donne, le cui possibilità di vittoria sulla malattia aumentano quanto più precocemente venga intercettato il tumore.

Ed è proprio per aumentare le possibilità di cura per il tumore alle ovaie che il professor Jacobs continua a “sognare”, ma con i piedi ben posati al suolo: nel 2001 ha messo su uno dei più ampi studi randomizzati, lo studio UKCTOCS: 202 mila donne reclutate per misurare la riduzione della mortalità e della morbilità rapportabile all’utilizzo delle tecniche diagnostiche per lo screening del cancro alle ovaie. Sulla base dei risultati di tale ricerca, conclusa lo scorso anno, Jacobs spera e crede di potere avviare una campagna nazionale di prevenzione del tumore ovarico, la cui efficacia, a detta dello stesso professore, almeno eguaglierà quella dello screening per il cancro al seno.

Fonte:Kmietowicz Z. Gynaecology sans frontieres. British Medical Journal 2006

Una droga contro il mal di testa

Una droga contro il mal di testa

http://antiproibizionisti.it

Studiosi del centro di ricerca sull’abuso di alcol e droghe nel Massachusetts ne propongono gli effetti benefici relativamente delle cefalee più penose e temibili, come quella a grappolo

tratto da http://panorama.it
di Roberto Verrastro

“Tempo fa, dopo la fine di 8½, ho fatto un esperimento con l’Lsd 25, un farmaco usato dagli americani che riproduce sul piano sintetico la sostanza di certi funghi allucinogeni in uso nelle tribù messicane… Non posso dire gran che di ciò che mi accadde, ho pochi ricordi. So che per far cessare l’effetto mi dovettero fare un’endovenosa calmante… la mattina dopo mi svegliai come se niente fosse accaduto o quasi. Non ho voluto ascoltare le registrazioni di quello che ho detto, la vergogna ha vinto la curiosità: ma mi dicono che ho parlato per sette ore di seguito e camminato su e giù per la stanza senza fermarmi un momento”.

Sono ricordi d’artista, interessanti non solo perché a parlare è Federico Fellini in un libro autobiografico pubblicato da Einaudi nel lontano 1980, Fare un film; ma anche perché si tratta di una testimonianza d’autore di come negli anni ’60, ai quali risale appunto la pellicola del 1963 citata dal regista riminese (fu tra quelle che gli valsero l’Oscar), il dietilamide-25 dell’acido lisergico, più semplicemente noto come Lsd, da un lato attirava l’interesse di numerosi artisti quale mezzo utile a stimolare la creatività, dall’altro poteva ancora essere definito un farmaco, in quanto non furono pochi gli psichiatri che lo sperimentarono a scopo terapeutico fino al 1967, quando fu messo al bando negli Stati Uniti e poi in molti altri Paesi come una delle più pericolose sostanze stupefacenti, destinate a diventare uno dei simboli, e delle tragiche realtà, della rivolta giovanile dei decenni successivi.

LSD BUONO?

Ora, per la prima volta nell’ultimo quarantennio, l’Lsd riconquista la scena nella sua veste potenzialmente buona e presentabile, grazie a un articolo pubblicato da Neurology, la rivista dell’Accademia americana di neurologia, nel quale Andrew Sewell, John Halpern e Harrison Pope, del centro di ricerca sull’abuso di alcol e droghe del McLean Hospital di Belmont, nel Massachusetts, ne ripropongono le attitudini benefiche relativamente alla terapia del mal di testa, non tanto nelle sue forme banali a tutti note e di solito aggredibili con una qualsiasi delle molte pillole in commercio, ma nella sua variante più penosa e temibile, nota come cluster headache, la cefalea a grappolo. Quest’ultima colpisce soprattutto gli uomini, ed è caratterizzata da attacchi raggruppati in un periodo di tempo circoscritto, normalmente tra i due e i tre mesi all’anno, all’interno dei quali gli attacchi stessi si manifestano con regolarità quasi cronometrica, anche fino a otto volte al giorno, con una durata che nei casi più fortunati si limita a un quarto d’ora, mentre in quelli più gravi può raggiungere le due ore.

La sensazione di dolore è molto acuta e simile alla percezione di pugnalate o martellate al cranio, al punto che si sono già registrati casi di pazienti spinti al tentativo di liberarsene con il “rimedio” estremo del suicidio.

Poiché negli ultimi anni si erano diffuse su alcuni siti internet le storie di pazienti che sostenevano di essere riusciti a procurarsi fino a sei mesi di completa remissione del disturbo di cui soffrivano in forma cronica con il ricorso all’Lsd o alla psilocibina, ingrediente psicoattivo dei funghi magici, ovvero funghi prataioli allucinogeni esistenti in numerose varietà, i ricercatori americani hanno deciso di ricostruire attentamente il quadro clinico di 53 pazienti sparsi per il mondo che avevano pensato di sperimentare questa soluzione non troppo ortodossa, servendosi di una o, alternativamente, di entrambe le sostanze.
Ne è scaturito il risultato sorprendente che esse si sono rivelate più utili a prevenire i futuri attacchi di cefalea a grappolo rispetto ai farmaci attualmente in uso, con una percentuale di successi che a prima vista pare considerevole: 24 volte su 26 la psilocibina ha fatto subito cessare gli attacchi; in 25 casi su 48 la stessa sostanza ha provocato la cessazione del ciclo di manifestazione degli attacchi, effetto che l’Lsd ha causato addirittura in 7 casi di assunzione su 8; 18 volte su 19 la psilocibina e 4 volte su 5 l’Lsd hanno condotto alla remissione della durata del ciclo di manifestazione del disturbo.

Sewell e colleghi si tengono però saggiamente alla larga dal suggerire l’autoterapia di questa e altre patologie attraverso sostanze che è bene continuare a considerare ciò che realmente sono, cioè stupefacenti.
Essi stessi ammettono che il rischio principale insito nella loro analisi retrospettiva sia quello che i pazienti presi in considerazione abbiano taciuto i casi in cui l’Lsd potrebbe invece aver prodotto i ben noti effetti nefasti che gli hanno procurato la sua fama negativa, dalle allucinazioni alle alterazioni della memoria che mettono in serio pericolo chi ne fa uso.

SOSTANZA DA STUDIARE

Da un punto di vista scientifico i ricercatori statunitensi ne ricavano piuttosto un’esortazione a decifrare i meccanismi attraverso i quali l’Lsd, in quantità e modalità di somministrazione ancora tutte da stabilire, è in grado di produrre questi effetti terapeutici sulla cefalea a grappolo.

La strada alla sperimentazione clinica dell’Lsd e della psilocibina è giustificata anche dal fatto che la loro struttura chimica è simile a quella di neurotrasmettitori naturali come la serotonina che, attraverso l’azione sulla funzionalità dei vasi cerebrali, ha un ruolo rilevante negli attacchi di emicrania, e lo stesso Methysergide, uno dei farmaci convenzionali nel trattamento della cefalea a grappolo, venduto con i nomi commerciali di Sansert e Deseril, presenta notoriamente una struttura molecolare molto simile a quella dell’Lsd, al punto che è in grado di riprodurne gli effetti allucinogeni.

Circostanze che fanno dichiarare anche a Peter Goadsby, studioso della cefalea a grappolo presso l’Istituto di neurologia dello University College di Londra, citato da Arran Frood su Nature, che “sembra ci siano molte persone che ritengono di averne tratto giovamento, quindi è ragionevole tenerlo in considerazione”.

Se questo sia oppure no l’inizio dello sdoganamento dell’Lsd dopo decenni di interdizione, volto a farne ciò che ancora non è, cioè un farmaco, lo rivelerà il finale del film.

Quale futuro per Londra? rischio inondazioni come New Orleans

Quale futuro per Londra? rischio inondazioni come New Orleans

http://newton.corriere.it
L’allarme è stato lanciato da un esperto in disastri naturali della Middlesex University secondo il quale sarebbero a rischio anche altre città come Portsmouth e Cardiff   
Londra come New Orleans spazzata via da un’onda assassina. La capitale britannica insieme con altre città del Regno Unito, avvertono scienziati ed esperti in disastri, è a rischio di inondazioni. A distruggere migliaia e migliaia di case e causare sostanziali perdite di vite umane basterebbe – dicono – la caduta di 15 centimetri di pioggia in un giorno, quelli che provocarono l’alluvione che due anni fa devastò Boscastle, un villaggio della Cornovaglia.

Già adesso più di cinque milioni di persone in Inghilterra e Galles vivono in aree a rischio di inondazione. E la situazione è destinata a peggiorare a causa dei cambiamenti climatici che provocano più tempeste e fanno alzare il livello del mare.

Parlando nel corso di un convegno organizzato a Londra nel primo anniversario del disastro di New Orleans, il professore Edmund Penning-Rowsell, esperto in disastri naturali della Middlesex University, ha detto che la barriera sul tamigi a Woolwick (nell’immagine) protegge solo parte di Londra da un innalzamento del livello del fiume perché nella struttura ci sono varchi che lasciano esposte larghe zone alla furia delle acque. In caso di piogge torrenziali, del resto, il fatiscente sistema fognario della capitale difficilmente potrebbe reggere all’impatto. ”Se su Bond Street cadesse la stessa quantità di pioggia caduta a Boscastle, la gente pescherebbe orologi Cartier nelle fogne”, ha detto il professore riferendosi alla strada dello shopping di lusso a Londra.

A rischio ci sono anche città come Hull, Portsmouth e Cardiff che si trovano sotto il livello del mare, ha avvertito ancora Penning Rowsell, criticando aspramente il ministero dell’Ambiente per avere tagliato 15 milioni di sterline (21 milioni di euro) dal bilancio dell’Agenzia per l’ambiente. ”Decisioni del genere – ha detto il professore – sono pericolose nel momento in cui si devono fare previsioni a lungo termine per affrontare i problemi che i cambiamenti di clima causeranno nei prossimi 20 o 30 anni”.

Un altro partecipante al convegno londinese, Robert Muir-Wood, esperto in gestione rischi, ha ricordato che nessuno aveva previsto i danni che avrebbe provocato l’uragano Katrina a New Orleans. ”Le barriere di difesa sul Mississippi erano considerate efficienti. Non hanno retto e nessuno l’aveva previsto. E’ un precedente allarmante. Lo stesso potrebbe accadere in Gran Bretagna” ha detto, sottolineando che due forti maree sono attese per il prossimo 9 ottobre. ”Se coincidessero con violente tempeste potrebbe esserci una catastrofica inondazione nelle zone costiere della Gran Bretagna”.
 

La metro di Londra come sole e vento, energia pulita dai passi dei pendolari

La metro di Londra come sole e vento, energia pulita dai passi dei pendolari

http://repubblica.it

Allo studio anche la possibilità di trasformare in corrente le vibrazioni di treni e auto
Entro fine anno un prototipo per catturare i watt prodotti da chi cammina
Elaborato da un progetto militare, sarà collocato nel pavimento di una stazione
LONDRA – Se in casa abbiamo bisogno di energia andiamo in cerca di una presa di corrente. La 220 dei nostri appartamenti è infatti l’unica fonte alla quale ci possiamo rivolgere, ma in realtà l’energia ci circonda e rimbalza per tutto l’ambiente in cui ci muoviamo. Mentre stiamo seduti e leggiamo produciamo energia (circa 100 watt), ogni passo che muoviamo produciamo energia (tra i 5 e i 7 watt), persino i fastidiosi rumori che arrivano dalla strada e fanno vibrare i vetri sono carichi di energia.

Il problema, che per il momento ci obbliga a infilare la spina nella presa, è che tutta questa energia si disperde, non c’è modo di metterla insieme e sfruttarla. Non sappiamo “raccoglierla”, per usare la traduzione letterale dell’espressione inglese “energy harvesting” che indica la tecnologia che si occupa di esplorare questo campo scientifico.

Presto però le cose potrebbero cambiare. Il primo prototipo di una piccola centrale elettrica alimentata grazie all’energy harvesting è atteso infatti entro la fine dell’anno. A realizzarlo sarà “The facility architects”, un grande studio di progettazione inglese che pensa di riuscire a imbrigliare la corrente prodotta dal camminare dei passeggeri della metropolitana londinese.

Incaricato di sviluppare il progetto, che come molte altre innovazioni tecnologiche nasce inizialmente da una necessità militare, è un ingegnere, Jim Gilbert. “Un paio di anni fa – racconta Gilbert – mi è stato chiesto di mettere a punto un generatore di corrente alimentato dai colpi dei talloni all’interno degli anfibi dei soldati in marcia. L’energia prodotta avrebbe permesso di risparmiare la fatica di doversi portare dietro pesanti batterie. Riuscire a proteggere il congegno dallo sporcarsi o bagnarsi si è rivelato però molto complicato”. Un inconveniente che nella nuova applicazione dovrebbe scomparire, anche se le difficoltà a tradurre questo sogno in realtà non mancano di certo.

L’idea è quella di dotare il pavimento di alcune stazioni della metropolitana particolarmente affollate di generatori a pressione idraulica in grado di “catturare” i watt prodotti da ogni passo. “Alla Victoria station ad esempio – aggiunge l’architetta della “Facility” Claire Price – nelle ore di punta transitano circa 34 mila passeggeri che camminando producono un’energia che correttamente catturata potrebbe alimentare 6500 lampade a led”.

Sfruttare il frenetico viavai dei pendolari, i “commuters”, sarebbe però solo il primo passo lungo una strada che potrebbe riservare grandi opportunità. Nei progetti futuri della “Facility architects”, che dovrà comunque testare a lungo il prototipo (esistono però già delle intese con potenziali clienti asiatici), c’è anche la realizzazione di micorgeneratori in grado di usare le vibrazioni dei treni o delle automobili di passaggio per dare corrente all’illuminazione pubblica. Per il momento non si tratterebbe di sostituire la normale alimentazione, ma di rendere possibile l’installazione di nuovi lampioni lì dove ora i costi per trasportare la rete tradizionale lo impediscono.

“Successivamente le applicazioni potrebbero essere infinite – spiega ancora Price – soprattutto per monitorare quanto accade negli edifici e renderli più efficienti dal punto di vista energetico, segnalando se le luci sono accese inutilmente o se qualcuno ha dimenticato una finestra aperta”. Un ventaglio di possibilità che conducono tutte nella stessa direzione: “La speranza è che un giorno fare un passo lungo il corridoio di una metropolitana corrisponda a fare un passo verso la salvezza del Pianeta”.

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