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Zola, in Italia un poco sportivo

Zola, in Italia un poco sportivo
 
Il dieci del Chelsea: “Da noi manca la cultura sportiva” 
 
di MASSIMO VINCENZI
 
 LONDRA – Quattro anni nella Premier League, il campionato inglese, quasi trecento partite giocate, molti applausi. Polemiche viste o sentite sugli arbitri: zero. Non una o due, proprio zero, parola di Gianfranco Zola, stella del Chelsea e bandiera dell’emigrazione pallonara italiana oltre la Manica.

Lei giura che esiste un calcio altrettanto miliardario, se non di più, del nostro dove lo scudetto si assegna senza il consueto corollario di veleni?
“Sono in Inghilterra da quattro stagioni e sui giornali, sulle televisioni, che pure si occupano moltissimo del campionato, non ho mai visto una polemica su un arbitro o su un arbitraggio”.

Saranno bravissimi i direttori di gara inglesi a non sbagliare nulla…
“Assolutamente no. Sbagliano e sbagliano a volte anche in maniera vistosa, ma la cosa non interessa. Qui si guarda solo a quello che succede in campo, si litiga e si discute solo su questo. Gli arbitri sono considerati in maniera neutra, sono come il pallone, i pali della porta. Non sono protagonisti e infatti sono anche molto meno famosi che da noi”.

Soldi e esasperazioni ci sono anche nella Premier League, da cosa dipende dunque questo atteggiamento diverso?
“E’ una questione di cultura sportiva. Basta entrare per la prima volta in uno stadio inglese per capire la differenza tra noi e loro. Anche il pubblico insulta pochissimo, quasi mai, gli arbitri. Qui i simulatori vengono fischiati duramente, se uno resta a terra più di un minuto e non si è fatto male davvero viene contestato. Non trovo altre parole: è proprio questione di cultura sportiva”.

Quella che manca in Italia…
“Noi abbiamo il difetto di smontare e rimontare continuamente il calcio e gli togliamo il fascino della sua semplicità. Sopra ci costruiamo polemiche, discussioni infinite, diatribe assurde e così perdiamo di vista il suo valore più bello, quello di essere un gioco. Questo sport è e deve restare un intrattenimento, se continuiamo ad avvelenarlo, lo uccideremo. La competizione deve sempre essere controllata in maniera sportiva”.

Ma onestamente lei ha mai pensato di aver vinto o perso una partita per colpa di un arbitro?
“Chi dirige un incontro sbaglia come sbagliano i calciatori o gli allenatori, ma fa parte delle regole della gioco. E’ come un ciuffo d’erba che ti fa rimbalzare male il pallone, mandandolo fuori invece che in porta. Uno scudetto o una coppa non si vincono perché si è favoriti dagli arbitri. La buona fede è un principio irrinunciabile, altrimenti bisogna smettere di giocare. Se si inseguono i complotti è finita”.

In Italia non saranno molto d’accordo con lei, il girone d’andata deve ancora finire ed è già tutti contro tutti. Complotti a parte, sono davvero così scarsi gli arbitri di casa nostra?
“Sono bravi come e spesso anche di più dei loro colleghi inglesi e di quelli stranieri in genere. Arbitrare il calcio italiano non è facile, qui nella Premier League si fischia di meno, c’è meno fuorigioco, è tutto più semplice. Soprattutto non c’è la pressione incredibile che devono sopportare i nostri direttori di gara. Il vero problema è questo: lo stress esagerato che c’è in serie A per gli arbitri. Se fossero lasciati un po’ in pace tutto filerebbe più liscio. Ma, a occhio, penso che non accadrà tanto facilmente… “.

(17 gennaio 2001) http://credit-n.ru/kreditnye-karty.html http://credit-n.ru/offers-zaim/joymoney-srochnye-online-zaymi.html

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